Non bastano "cittadini connessi", servono cittadini formati alla "perplessità"

La società fin qui descritta e di cui spesso parlo per professione e per passione, è iperconnessa. Scorrendo i temi di un intero anno di “riflessioni digitali” ho raccontato di un cittadino con una identità digitale, che nelle pubbliche amministrazioni, grazie all’entrata in vigore del nuovo codice dell’amministrazione digitale, dovrebbe avere più tutele grazie al difensore civico digitale; che vivrebbe in città più smart; cittadini che sono anche degli smart workers che grazie al supporto del mobile cambiano il rapporto col proprio datore di lavoro focalizzando il proprio operato più sugli obiettivi che sulle giornate trascorse fisicamente all’interno delle organizzazioni sia pubbliche che private; un cittadino che è anche un turista digitale grazie alle tecnologie che gli consentono di pensare e programmare i propri viaggi nei dispositivi e non più in agenzia viaggi; il cittadino è anche un automobilista digitale che non ha quasi più carta nel proprio vano porta documenti e che è georeferenziato passo passo; un cittadino che archivia i propri documenti non più sul proprio pc (quale pc? Il cittadino oggi è per definizione mobile addicted) ma su un cloud; che può vedere dal proprio smartphone se i propri figli sono a scuola e fabbricarsi degli oggetti grazie alla stampa 3D; cittadini “consapevoli” (forse!) della presenza dei robot nelle catene di montaggio, rivoluzionate dalla tecnologia; cittadini più su Facebook dei loro figli, loro, i figli, sono migrati altrove e incontrano i propri genitori solo nelle chat di WhatsApp, con Facebook che sostituisce la navigazione su internet e diventa per molti il primo (e unico) approccio alla rete, spesso di emancipazione per le donne; infine cittadini “consapevoli” (forse!) di essere produttori di dati (quando camminano, quando vanno in auto, quando ascoltano un brano musicale, quando scelgono un ristorante, quando condividono un’emozione …) ecc.

Il quadro è quello di una società molto più connessa e social (è solo da pochi mesi che la metà della popolazione mondiale è connessa alla rete ed è da poche settimane che sul social network più popolare al mondo siamo 2 miliardi di persone) e molto più complessa di quanto non lo fosse anche soltanto un anno fa; una società in cui la circolazione abnorme e il trattamento e l’elaborazione delle informazioni e della conoscenza sono ormai divenute risorse principali.

Un tipo di società però, e qui arrivo alla mia riflessione di oggi, in cui alla crescita esponenziale delle opportunità di connessione e di trasmissione delle informazioni, che costituiscono dei fattori fondamentali di sviluppo economico e sociale, non corrisponde ancora un analogo miglioramento del processo sociale di condivisione della conoscenza che implica uguaglianza e non disparità, reciprocità e non esclusione.

La tecnologia, i social network e, più in generale, la rivoluzione digitale, pur avendo determinato un cambio epocale (“Qual è la più grande rivoluzione del nostro secolo?” “Ma … internet, perché me lo chiede” rispondeva il Premio Nobel Rita Levi Montalcini), creando le condizioni per l’interdipendenza (e l’efficienza) delle organizzazioni e intensificando i flussi di dati e informazioni, non sono stati tuttora in grado di garantire che le reti create generino relazioni vere, fino in fondo, comunicative, basate su rapporti simmetrici di reale condivisione di conoscenza.

La Rete crea un nuovo ecosistema della comunicazione ma, pur ridefinendo lo spazio del sapere, non può garantire, in sé e per sé, orizzontalità o relazioni più simmetriche. La differenza, ancora una volta, è nelle persone e negli utilizzi che si fanno della tecnologia, al di là dei tanti interessi in gioco” [Piero Dominici, Università di Perugia].

Il rischio reale è quello di un’innovazione tecnologica senza cultura che equivale al legittimare i meccanismi di un contesto storico sociale sempre più segnato da disuguaglianze di carattere conoscitivo e culturale che definiscono in maniera netta la stratificazione sociale, anche a livello globale.

Finché non sarà garantita l’eguaglianza delle condizioni di partenza, in cui tutti utilizzino la rete consapevolmente, avremo una società che cresce asimmetricamente.

Non bastano “cittadini connessi”, servono cittadini criticamente formati e informati, educati al pensiero critico ed alla “perplessità” e complessità (la verità va ricercata, non arriva sulla nostra “home social” senza un minimo di indagine sul suo reale valore), cittadini educati alla cittadinanza e non alla sudditanza.

Educati ad una cittadinanza (che si costruisce a scuola!) e che, non ci piove, è fatta di diritti, che devono essere conosciuti oltre che ri-conosciuti, ma anche di doveri (quanti cittadini oggi sanno cos’è SPID, quanti conoscono le reali potenzialità del FOIA).

Ed è nei luoghi (prima che in mille altri) in cui si manifesta la società diseguale che occorre intervenire: scuola e università; là dove si producono, elaborano, distribuiscono informazioni e conoscenza, le “vere” risorse strategiche della nostra società nata dalla rivoluzione digitale.

Occorre centralità sui processi educativi e formativi. La libertà, la possibilità di possedere un diritto di parola 24 su 24 e di accedere a dati e informazioni con estrema facilità, comporta responsabilità significative di cui non dobbiamo avere paura e che dovremmo saper trasmettere ai giovani "educandoli" a questo.

Ecco perché è importante preoccuparsi di formare ed educare Persone e Cittadini in grado di sfruttare criticamente e non passivamente le opportunità determinate dall’innovazione tecnologica.

L’innovazione tecnologica è da sempre un fattore strategico di cambiamento dei sistemi sociali e delle organizzazioni ma se non è supportata dalla cultura e da politiche sociali in grado di innescare e supportare il cambiamento culturale, si rivela sempre un’innovazione mancata. 

Chiudo e vi saluto con una frase del grande Adriano Olivetti:Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica”, dobbiamo iniziare veramente a pensare (progettare) le città, i territori, le reti, le pubbliche amministrazioni, i servizi etc. per (e con) il Cittadino e non viceversa; servizi, ambienti, spazi sociali che pongano concretamente “il cittadino al centro” solo così potremo uscirne autenticamente arricchiti e consapevoli e non inghiottiti dalla rivoluzione digitale. Io non mi arrendo e voi?

Buone vacanze a tutti, grazie a chi ha seguito fin qui, ci si rivede dopo la pausa estiva “sempre su questi tele-schermi”. E scherzosamente non vi dico “Non cambiate canale”, fatelo, perché soltanto “cambiando canale” scoprirete la verità che non è quella che vi racconto io ma quella che voi saprete individuare come tale leggendo e incrociandola con “altre” verità, ed è questo il reale valore aggiunto delle informazioni che corrono in rete, la grande opportunità che abbiamo di appurarle, facciamolo sempre ;-)