La rete e quell'illusione di essere 'invisibili'

Condivido una mia riflessione, non soltanto alla luce degli incontri fatti recentemente con i ragazzi delle scuole sarde ma anche in seguito alla lettura dei dati scaturiti da “Quanto #condividi?“, lo studio curato dalla Polizia Postale e dall’Università La Sapienza di Roma, con la collaborazione del dipartimento della Giustizia minorile, che ha coinvolto un campione di ragazzi tra gli 11 e i 19 anni di 20 province italiane.

I dati rilevano che solo il 35% dei ragazzi dei licei è consapevole del fatto che una foto, o un commento postato sui social è 'visibile a tutti' e che il 37% degli studenti delle medie è convinto che “solo il destinatario” possa vederli, con quella forte e inconsapevole illusione che in rete si è invisibili.

Le conclusioni non mi stupiscono e ho sperimentato personalmente quanto occorra un ragionamento fatto di step e riflessioni, per far capire loro fin dove può arrivare una condivisione in rete non essendo affatto immediato come ragionamento.

Dallo studio, non solo emerge che una gran parte dei ragazzi resta convinta che i materiali pubblicati in rete abbiano una diffusione limitata” ma viene definito per la prima volta quello che sto per descrivervi come il così detto “paradosso del navigatore”.

Grazie al lavoro della Polizia Postale, alcuni casi reali di cyberbullismo, adescamento in rete e sexting sono stati trasformati in un questionario sottoposto a 2.000 nativi digitali di età compresa tra i 13 e i 17 anni; nelle risposte i ragazzi hanno espresso in forma anonima quali comportamenti considerano gravi, quali colpe attribuissero alle vittime, quanto infine sanno comprendere effettivamente le conseguenze che alcune semplici azioni virtuali producono nella realtà.

Bene, il paradosso ha origine dal fatto che i ragazzi abbiano mostrato una sorta di sdoppiamento tra la gravità riconosciuta delle storie, ritenute realistiche, e la scarsa consapevolezza che potrebbe accadere anche a loro o a persone vicine: per cui “sì è grave ma a me non capiterebbe mai nulla di simile”!

Dalla ricerca emerge che il web nell’immaginario dei ragazzi sembra ancora assomigliare ad una terra di nessuno dove quelle azioni semplici non sono percepite come reati, considerate legali e in grado di generare solo piccoli malintesi alle vittime; parole pesanti, indiscrezioni diffamatorie, aggressioni verbali in rete sembrano essere senza conseguenze. Solo nel 36 per cento dei casi i ragazzi delle scuole superiori dimostrano di comprendere correttamente che i video o le immagini postate abbiano un pubblico potenzialmente globale ed eterno quando vengono immesse in rete.

Emerge poi una forte tendenza a colpevolizzare la vittima, la ritengono responsabile in prima persona del danno che subisce quando, diffondendo immagini personali, accetta implicitamente il rischio che siano viralizzate in rete. La vendetta per uno smacco virtuale è ammessa e non c’è molta comprensione per la sofferenza di chi viene umiliato, diffamato, deriso in rete.

I dati non mi meravigliano affatto, anzi …”, commenta con l’Agi lo psichiatra, Paolo Crepet, convinto che, se i ragazzi non conoscono i social e i rischi di questi strumenti la colpa è sia della scuola che della famiglia che non lo insegnano. “Questo è il vero problema. Io non capisco perché non se ne parli nelle scuole. Non è mica il diavolo. Gli insegnanti stessi non sanno come funzionano. Come possono insegnare ciò che ignorano?”.

Secondo lo psichiatra al secondo posto tra i responsabili della scarsa consapevolezza dei giovani internauti c’è la famiglia. “Papà e mamme trascorrono su Facebook, Twitter e Instagram lo stesso numero di ore dei figli. Utilizzano i social allo stesso modo degli adolescenti, senza conoscerne i rischi. Di conseguenza non hanno nulla da insegnare. Se uno è ubriaco come fa a insegnare a non bere?”.

Insomma, come trasmettere consapevolezza ai ragazzi se i primi ad essere inconsapevoli sono proprio gli adulti? Grande sfida, in un paese in cui deve essere prioritario non solo connettere ma formare e informare genitori e insegnanti sempre più connessi ma con la stessa inconsapevolezza dei più giovani!