I robot aumentano? Vero! Ma ricordiamoci che si tratta pur sempre di macchine "stupide", avranno sempre bisogno di noi!

Quando insegnavo informatica a scuola nei corsi finalizzati a certificare le competenze di base i ragazzi sono stati da me tediati fino all’inverosimile su un unico assunto che spero ricorderanno per sempre che è anche il primo insegnamento che dovrebbero trarre i bambini in età prescolare nei corsi di coding: i computer/i robot sono soltanto delle macchine “stupide”, non fanno nulla se non quello per cui sono state programmate dagli esseri umani.

Ecco, credo che se tenessimo ben presente questa grande certezza sapremmo vivere meglio da “umani”, consapevoli delle nostre peculiarità rispetto ai robot, in un mondo in cui sì è vero, ci saranno sempre più robot ma dove saremo sempre noi ad avere la meglio su di loro, come? Con le competenze che ci consentiranno di “programmarli”.

Che il lavoro debba fare i conti con l’impatto del nuovo modo di produrre imposto dalle tecnologie e dal ruolo centrale delle nuove “catene di montaggio” i cui protagonisti sono i robot è fuori dubbio.

Il centro studi Bruegel ha stimato che nei prossimi decenni il mercato europeo lascerà sul campo dal 45 al 60% della forza lavoro destinata ad essere sostituita da robot e algoritmi.

Diversi studi europei giungono a una conclusione comune: il lavoro delle filiere tradizionali manifatturiere è già in fase di sostituzione da parte di macchine a controllo digitale, interconnesse in cicli produttivi globali, senza confini e senza tempi.

È chiaro che il concetto novecentesco di alta intensità di manodopera è destinato a spostarsi dalle linee di produzione (dove i robot saranno la maggioranza) alla produzione di dati, al nuovo mondo del controllo dei big data, dove tutti gli esperti accreditano il più elevato tasso di sviluppo dell’occupazione futura.

Parliamo di una rivoluzione in atto, quella digitale (e non riferiamola più al “futuro” poichè serve soltanto a fornirci un alibi per la mancata presa di coscienza del presente), in un vecchio continente che sconta un considerevole deficit culturale in ambito tecnologico e l’Italia secondo l’ultimo DESI indossa una maglia ancora più nera rispetto agli altri paesi UE.

Così, nonostante gli elevati livelli di disoccupazione giovanile, ci sono nel vecchio continente, ben due milioni di posti di lavoro disponibili in ambito ICT e ciò accade perché in molti Paesi non c’è corrispondenza tra le competenze dei candidati e le esigenze del mercato del lavoro.

Cambia il mondo del lavoro, emergono nuove figure professionali ma non tutti in Europa sembrano pronti al cambiamento.

Secondo i dati dell’Unione Europea, solo il 3,6% dei lavoratori ha una specializzazione in materia e appena un cittadino su due (56%) ha competenze digitali di base.

Eppure, entro il 2020, ci saranno da 500mila a 700mila posti di lavoro in più in ambito ICT.

È ormai evidente che i nuovi modi di produrre e creare servizi impongono sempre di più una riduzione delle opportunità di lavoro nei settori tradizionali (poche persone destinate al controllo di molti robot) ma ne apriranno di nuove in settori come la logistica, i trasporti, la cura delle persone, i servizi on demand, la manutenzione nel senso più ampio del termine.

Già solo i bancomat hanno sostituito decine di migliaia di cassieri agli sportelli delle banche, ma le società di investimento sono diventate giganteschi reti di persone dove lavorano migliaia di tecnici informatici e di matematici per gestire, sul filo dei nanosecondi, algoritmi di acquisto e di vendita.

Il drone postino, il robot vigile del fuoco, l’albergo giapponese a completa conduzione digitale con replicanti umanoidi sono già realtà.

Entrerà in produzione presto R1, il primo robot-badante, creato dall’Istituto italiano di tecnologia.

L’auto a guida remota e digitale esiste e farà impallidire sia i tassisti che Uber.

Mentre tutto questo accade, anche in Italia, ma non solo, c’è tutto un fermento di “internettologi e tuttologi del web”, impegnati a frenare ogni innovazione, sulla base della tesi assai opinabile che il diffondersi delle più recenti tecnologie può comportare una riduzione dell'occupazione e gravi problemi sociali perdendo di vista quello che dovrebbe essere il vero e unico obiettivo: creare le competenze che il mercato richiede davvero, smettendola di pensare al futuro dei nostri figli solo se medici, avvocati e ingegneri (le femminucce prof di lettere mi raccomando!).

Il lavoro digitale è stato uno dei temi affrontati il 23 marzo a Roma in un evento organizzato dalla Commissione europea e dal Governo Italiano in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma e tra i provvedimenti, la Commissione ha annunciato un progetto per fornire competenze tecnologiche e digitali a 5000-6000 laureati tra il 2018 e il 2020.

Saranno organizzati tirocini pagati di 4-5 mesi aperti agli studenti di tutte le facoltà universitarie. I tirocinanti riceveranno uno stipendio di circa 500 euro al mese.

Gli stage si concentreranno su competenze come cybersecurity, big data, intelligenza artificiale o quantistica, ma anche generiche (e questo ci piace molto), come web design, digital marketing, sviluppo software, coding e graphic design.

L’invito ai paesi membri è per finanziare corsi di formazione specifici per le nuove professioni digitali, anche brevi. «Puntare a corsi modulari, anche di sei mesi, per competenze molto specialistiche può essere più efficace che aumentare tout court il numero di laureati nelle materie scientifiche».

La rivoluzione digitale può rappresentare sicuramente un rischio per alcune mansioni e per molti posti di lavoro, ma il saldo alla lunga diventerà positivo se le aziende assumeranno competenze specialistiche, e se riusciranno ad individuare nel mercato nuova forza lavoro, capace di "governare" macchine e robot che andranno a sostituire posti meno qualificati.

Ricordiamocelo, le macchine sono stupide, e avranno sempre bisogno di noi ;-)