Essere consapevoli nell'anno che verrà ...

La tecnologia ha assunto un’importanza cruciale nelle nostre vite: la sua presenza è continua, totale e l’evoluzione digitale ha modificato il nostro tempo, il nostro modo di vivere, di lavorare, comunicare, divertirci e informarci.

L’integrazione inarrestabile tra internet e i dispositivi mobili che utilizziamo, l’aumento della velocità di connessione e l’espansione degli oggetti connessi alla rete sta generando il graduale coinvolgimento anche dei normali ambienti del vivere quotidiano.

Esistono i dispositivi indossabili, gli "wearables", quelli di “home automation” (per la casa), automobili sempre più connesse, sensori ovunque che trasmettono dati per essere trasformati in servizi attraverso applicazioni che utilizziamo comodamente dai nostri smartphone in mobilità: tutto oramai è connesso, in un crescendo di dispositivi tradizionalmente tecnologici per definizione (che so, il vecchio lettore cd o la consolle per video giochi) che perdono gradualmente importanza, perché OGNI oggetto che ci circonda è oramai un “dispositivo tecnologico” e la tecnologia, così come tradizionalmente intesa sta via via ‘scomparendo’ proprio perché "c'è tecnologia" ovunque! 

Nonostante ciò, e a dispetto del nostro essere il terzo paese al mondo per possesso di smartphone, l’Italia dei “digital divisi” è ancora molto popolata e ci sono fette importanti della popolazione che, senza alcuna colpa, non sono in grado di usare con successo gli strumenti digitali.

È l’Italia “fuori rete” emersa dall’ultimo Rapporto 2017 Agi-Censis 'La cultura dell’innovazione' presentato lo scorso dicembre, Italia fuori rete che per circa un quarto si sente realmente svantaggiata rispetto a chi è in condizioni di connettersi frequentemente e agevolmente.

Uno svantaggio che viene ricondotto all’accesso alle informazioni, ai servizi ed alle minori opportunità di relazione con gli altri. Questi cittadini esposti al digital divide, ricorrono ad amici, parenti o conoscenti (67,6%) o ad intermediari specializzati quali patronati o Caf (23,5%) quando devono usufruire di servizi in rete. È dunque in atto un processo di “solidarietà intergenerazionale” fra chi è in grado di utilizzare i servizi digitali e chi, per l’età avanzata o per difficoltà economiche e culturali, non riesce a rimanere al passo con le innovazioni. Una solidarietà di cui ci sarà maggior bisogno se e quando i servizi pubblici saranno accessibili solo via web. La quota di chi si affiderà a persone di fiducia copre oltre un terzo del totale. Preoccupa invece la quota consistente (23,5%) di coloro che affermano che non saprebbero assolutamente come risolvere il problema.

E il lavoro del ... presente? Non chiamiamolo del futuro perchè è già domani!

Per il 2025 l’Unione europea stima che ci serviranno 7 milioni di nuovi lavoratori nel segmento Stem: scienze, tecnologia, ingegneria e matematica ma secondo le stime elaborate dal Censis su dati Istat, Infocamere e Banca d'Italia, nel nostro paese, oltre a calare gli occupati maschi laureati (dal 47,3% nel 2012 al 45,4% a fine 2016), nella popolazione tra i 19 e i 24 anni, gli studenti universitari erano il 47,7% nel 2012 per scendere al 46,1% a fine 2016. Cinque anni fa, si contavano 297.449 laureati l'anno, nel 2016 solo 305.265 e solo in minima parte sono laureati in scienze, tecnologia, ingegneria e matematica.

Si sono registrate 65mila immatricolazioni universitarie in meno tra il 2000 e il 2015 e quello italiano è un trend che non trova corrispondenza in altri contesti, dove invece il sapere è chiave di tutto. In Cina, ad esempio, ci sono 8 milioni di laureati in più ogni anno. Otto. Milioni.

Tutto questo mentre i 120 laureati in ingegneria informatica sfornati ogni anno dall'ateneo di Cagliari hanno già trovato lavoro prima ancora di concludere il percorso di studi e il numero di richieste di figure in questo ambito di competenze supera di gran lunga il numero di laureati, parola di Gianni Fenu, professore di informatica a Cagliari al quale è stato chiesto il motivo di così tanto successo: "Il cittadino comune potrebbe ancora non averlo compreso a pieno ma non c'è aspetto della nostra vita che non contempli il ruolo attivo di un esperto informatico".

Che ci piaccia o no prenderne atto, l’intelligenza artificiale (cioè la possibilità di utilizzo di “oggetti” opportunamente programmati dall’uomo perché possano eseguire ripetitivamente delle azioni senza alcun margine di errore), sarà sempre più diffusa e non creerà una nuova schiera di disoccupati: qualcuno dovrà pur fare quei robot, le macchine non si costruiscono e non si programmano da sole!

A mancare saranno però le competenze necessarie a supportare i nuovi professionisti. Ed è su queste che Paesi e istituzioni dovranno lavorare.

Un rapporto di McKinsey ha stimato che la metà dei lavori svolti oggi in Italia da persone fisiche potrà essere automatizzata. Significa che tra poco più di un decennio circa 11 milioni di lavoratori italiani potrebbero essere sostituiti da una macchina. Per questo si parla di rivoluzione, invece che di modernizzazione.

L’intelligenza artificiale quindi non porterà immediati benefici poichè sarà necessario occuparsi di chi rimarrà senza lavoro e sprovvisto delle competenze tecniche per adattarsi e “riciclarsi”. Per evitare il peggio, bisogna quindi preparare al meglio le nuove generazioni. In un mondo che cambia velocemente, sarà fondamentale insegnare bene le conoscenze di base, integrandole con nozioni pratiche al passo coi tempi che facilitino l’inserimento iniziale nel mondo del lavoro.

Questo significa che non solo è necessario riformare i programmi scolastici da subito, ma bisogna renderli flessibili e dinamici. Non avrà più senso aspettare che una legge decida cosa insegnare in classe. Le scuole dovranno essere pronte ad aggiornare rapidamente lezioni e metodi di insegnamento (questa sì che è fantascienza, non i robot!).

Una delle sfide più importanti dei prossimi anni sarà proprio preparare i giovani al mondo del lavoro. Già adesso è difficile fare previsioni con 5 anni di anticipo! 

Occorre una sorta di bussola per aiutare gli studenti e le famiglie (ripongo grande fiducia nelle famiglie!) a mettere a fuoco i propri progetti all’interno di un elenco di nuove “professioni" e «Sono ancora troppi i ragazzi italiani - ricorda l’Ocse nel report Getting skills right - che si formano su tecnologie e contenuti ormai obsoleti e per questo non sono candidati appetibili sul mercato del lavoro».

Quel che sembra certo è che serviranno nuove figure professionali più tecniche e qualificate per gestire sistemi sempre più complessi.

Se l’Italia vuole restare al passo, servono investimenti per incentivare allo studio e aumentare il numero di laureati, che oggi è troppo basso. Il diploma o la laurea non sono più da tempo un punto di arrivo (lo icevano già a me 20 anni fa) e i lavoratori devono tenersi costantemente aggiornati, essere flessibili (ma non per questo meno tutelati sia chiaro!) e adattarsi.

Il capitale umano diventa sempre più importante per la competitività delle aziende e le macchine non soppianteranno gli esseri umani, anche se avranno un ruolo crescente nella società.

Come ha detto il professor Yann LeCun, uno dei pionieri degli algoritmi di apprendimento e direttore per la ricerca sull’intelligenza artificiale a Facebook, “se siamo capaci di creare macchine con intelligenza superiore a quella umana, è probabile che non saremo tanto stupidi da renderle abbastanza potenti da distruggere l’umanità.”